aforisma
Il ricordo della felicità non è più felicità,
il ricordo del dolore è ancora dolore.
Albert Einstein
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Il ricordo della felicità non è più felicità,
il ricordo del dolore è ancora dolore.
Albert Einstein
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wowwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwww
oggi 28/06/07 ho finito gli esami!!!!!!!!
ho iniziato dalla tesina…tutto ok…
proseguito con diritto…argomento a scelta: gli articoli che riguardano la famiglia
filosofia: argomento a scelta: Bergson pio mi ha chiesto Schopenauer
storia…mh…all’inizio positivismo e seconda rivoluzione industriale ( vagamente bene), poi fascismo… mh…. politica econmica del fascismo??mh…. com’è cambiata la politica economica del fascismo dopo la guerra in etipia? mh….va bè…parla di qualcosa!!!! seconda rivoluzione industriale!!( ampliata..)
psicologia: 5 assiomi della comunicazione
inglese: clown doctor’s and pet therapy
bene…grazie e arrivederci!!
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La pietà che proviamo per i mali altrui non è proporzionata alla grandezza di quei mali, ma al grado di sensibilità che attribuiamo a chi li patisce
J.J. Rousseau ( tratto dall’ “Emilio”)
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in questi giorni il senso di impotenza e di inadeguatezza mi assalgono.
in ogni situaione io i sento un pesce fuor d’acqua…
mio zio è in ospedale paralizzato, mia madre trattiene a stento le lacrime e io…non faccio niente..
non riesco a mettere da parte il rancore che ancora provo nei suoi confronti e fare la figlia modello, o almeno una figlia qualunque, ke l’abbraccia, ke è gentile, ke non la fa sentire sola…non riesco a fare niente..anzi..riesco solo a rinchiudermi ancora di più in me stessa, nel mio mondo..
e anche scrivere in fondo è inutile…non serve a farmi sentire meno sola, non serve a trovare le risposte e non fa si che gli altri si avvicinino.
niente ha senso, niente è utile.
la vita è appesa a un filo che se piò spezzare da un momento all’altro.. bambini… adulti…non fa alcuna differenza..
e poi dicono che Dio esiste..
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21/02/07 –> 21/06/07
Dolci ricordi di vacanze lontane..di quando il mondo sembrava essere bello.
Dolci ricordi di una persona contenta,sana,bella.
Dolci ricordi di un “la prossima volta speriamo di vederci in una situazione meno triste”..e forse così è stato…forse tu adesso, chissà dove sei, sei felice..forse ora non ti senti più sola come quando eri in mezzo a noi..forse davvero quando ci siamo riviste, tu così serena,immobile in quella bara, eri “in una situazione meno triste”. Però avrei voluto vederti ancora, dirti addio, e invece no..e ora quante domande, quanti rimpianti..quante cose potevo dirti e non ti ho detto…
22/06/07
Quest’anno il mio mondo è crollato..tanti addi non ancora conclusi…
dolci ricordi di un giorno come gli altri, almeno in apparenza..
dolci ricordi di una persona che vorrei sempre felice e che invece ora non lo è…
dolci ricordi di un giorno triste, di tante domande e nessuna risposta…dolci ricordi di un abbraccio
dolci ricordi che mi legano a “te”.. un sorriso, un bacio, il “tuo” dirmi “coraggio” nei momenti difficili.. dolci ricordi di rimpianti, di nostalgia..
saranno dolci ricordi di “te”.
il senso di impotenza di fronte alle “tue” lacrime.. alla “tua” tristezza.. la volgia di abbracciar”ti” e dir”ti” grazie, la voglia di abbracciar”ti” e dir”ti” andrà tutto bene,il tempo guarirà ogni ferita..
dolci ricordi delle sigarette scroccate e fumate con un pò di imbarazzo ma che hanno annullato ogni distanza di ruolo….
chiacchere scambiate con semplicità, alla fine dell’esame…
dolci ricordi di quanto “sei” importante e meravigliosa..
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solo una parola. DANTE. un’altra parola. ke pezzi di m***a quelli ke hanno scelto la traccia. dico….dante è uscito 2 anni fa….svevo 3…..si parlava di pirandello…moravia…e invece…..DANTE…nessun ulteriore commento.
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ebbene si…ho già cominciato questo lungo e angosciante conto alla rovescia….. mancano DICIANNOVE-ORE-E-QUARANTA-MINUTI- dall’inizio della prima prova.L’ansia cresce ogni secondo di più…nemmeno il rescure remedy fa più effetto…solo la magica sigaretta sembra avere il potere di rilassarmi, per pochi secondi è chiaro…e sono qua a fare zapping tra tutti i telegiornali con la vana speranza di avere qualche bella dritta sui temi di domani…e siccome la tv non mi soddisfa passo ai siti internet…ma anche questi non sono molto efficaci…
che dire….che Dio ce la mandi buona….
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“STORIA DI UNA MAMMA” Hans Christian Andersen
Una madre sedeva accanto al suo bambino, era molto triste e temeva che morisse. Era così pallido, con gli occhietti chiusi, respirava a fatica e ogni tanto tirava un sospiro, ansimante quasi un gemito; la madre lo guardava allora col cuore ancora più addolorato.
Bussarono alla porta e entrò un povero vecchio, avvolto in una grande coperta di quelle che si mettono di solito sui cavalli e che teneva molto caldo, e proprio di questo lui aveva bisogno, perché era un inverno rigido: fuori tutto era coperto di neve e di ghiaccio e il vento soffiava da tagliare il viso.
Il vecchio tremava per il freddo, e poiché il bambino si era assopito un momento, la madre andò a mettere della birra sulla stufa, affinché si scaldasse e potesse riscaldare il vecchio mentre lui cullava il bambino, poi gli sedette accanto, guardò i bambino malato che respirava a fatica, e gli sollevò una manina.
«Credi che lo perderò?» chiese. «Il Signore non vorrà togliermelo!»
Il vecchio, che era la morte in persona, fece un cenno molto strano che poteva significare sì o no. La madre abbassò lo sguardo e le lacrime le scorsero lungo il viso; la testa le si appesantì; per tre giorni e tre notti non aveva chiuso occhio e ora si assopì, ma solo per un istante, poi sussultò, con un brivido di freddo. «Che è successo?»
esclamò guardando da ogni parte. Il vecchio se n’era andato, e anche il suo bambino era sparito; il vecchio l’aveva portato via con sé. Dall’angolo giungeva il tic-tac dell’orologio, poi il grande pendolo rotolò sul pavimento, bum! e anche l’orologio si fermò.
La povera madre si precipitò fuori casa chiamando il suo bambino.
Là fuori, nella neve, si trovava una donna con un lungo abito nero che le disse:
«La morte è stata a casa tua, l’ho vista uscire di corsa col tuo bambino; va più veloce del vento e non riporta mai quello che ha preso!».
«Dimmi da che parte è andata!» implorò la madre «dimmi la direzione e io la troverò.»
«Io la conosco!» rispose la vecchia vestita di nero «ma prima che te lo dica, devi cantare per me tutte le canzoni che hai cantato al tuo bambino! Mi piacciono molto, le ho già sentite perché io sono la notte, e ho visto le tue lacrime mentre le cantavi!»
«Te le canterò tutte, tutte!» rispose la madre «ma non mi fermare ora, devo raggiungerli,
devo trovare mio figlio!»
Ma la notte rimase muta e immobile, e la madre, torcendosi le mani, cantò e pianse; erano molte le canzoni, ma erano molte di più le lacrime! Infine la notte disse: «Vai a destra e inoltrati nel buio bosco di abeti, lì ho visto dirigersi la morte col tuo bambino».
Nel bosco le strade si incrociavano e la povera donna non seppe più da che parte andare; vide un rovo, senza più fiori né foglie, perché era inverno, e dai rami pendevano soltanto ghiaccioli.
«Hai forse visto passare la morte e il mio bambino?»
«Sì» rispose il rovo «ma non ti dirò da che parte sono andati se non mi riscalderai sul tuo cuore! Sto morendo di freddo e sono tutto gelato!».
E lei strinse forte al petto il rovo, affinché questo si riscaldasse; le spine le penetrarono nella carne e da lì sgorgarono grosse gocce di sangue, ma al rovo spuntarono in quella gelida notte invernale nuove foglioline verdi e sbocciarono fiori; tanto ardeva il cuore di quella madre in pena!
Il rovo le indicò poi la strada.
Lei giunse a un grande lago, dove non c’erano né navi né barche. Il lago non era gelato tanto da poterla reggere, ma neppure era tanto basso che potesse attraversarlo a guado pure doveva attraversarlo, se voleva ritrovare il suo bambino. Allora si chinò per bere tutta l’acqua del lago; non era una cosa possibile per un essere umano, ma poteva sempre avvenire un miracolo.
«No, è impossibile!» le disse il lago «cerchiamo invece di metterci d’accordo. Io colleziono perle e i tuoi occhi sono le perle più lucenti che abbia mai visto. Se piangerai tanto da farli cadere dentro di me, ti porterò sull’altra riva, alla grande serra dove la morte abita e coltiva alberi e piante;
ognuno di loro è una vita umana.»
«Oh, cosa non darei per raggiungere mio figlio!» esclamò la madre piangendo, e pianse finché gli occhi caddero nel lago trasformandosi in due perle preziose. Il lago allora la sollevò, e a lei sembrò di essere in altalena, e volò in un colpo solo fino all’altra riva, dove si trovava una dimora molto strana che si estendeva per miglia e miglia e non si capiva se era una montagna con boschi e grotte, o se era stata edificata ma la povera madre non poté vederla, perché non aveva più gli occhi per il gran piangere.
«Dove posso trovare la morte, che s’è presa il mio bambino?» chiese la madre.
«Qui non è ancora arrivata» rispose la vecchia becchina che faceva la guardia alla grande serra della morte. «Come hai fatto a arrivare fin qui, chi ti ha aiutato?»
«Il Signore mi ha aiutata!» rispose la madre. «Egli è misericordioso e siilo anche tu: dove posso trovare il mio bambino?»
«Io non lo conosco» rispose la donna «e tu non ci vedi! Molti fiori e molte piante sono appassiti questa notte e la morte arriverà presto per trapiantarli. Tu sai che ogni essere umano ha il suo albero della vita o il suo fiore, a seconda di come ciascuno è fatto. Apparentemente sono come le altre piante della natura, ma hanno un cuore che batte. Anche il cuore dei bambini batte! Ascoltali! Forse saprai riconoscere quello di tuo figlio. Ma che cosa mi dai, perché ti dica che altro devi fare?»
«Non ho nulla da darti» disse la madre afflitta «ma andrei in capo al mondo per te!»
«No, non ho nulla da fare là!» rispose la donna «ma mi puoi dare i tuoi lunghi capelli neri. Tu stessa sai quanto sono belli e a me piacciono! Avrai i miei capelli bianchi in cambio. È sempre qualcosa!»
«Se non desideri altro» le rispose la madre «te li do con gioia!» e così le diede i suoi bei capelli neri e ricevette quelli della vecchia, bianchi come la neve.
Entrarono nella grande serra della morte, dove fiori e piante crescevano mescolati in modo strano. C’erano sottili giacinti sotto campane di vetro e c’erano peonie grosse e robuste; crescevano piante acquatiche, alcune molto fresche, altre un po’ malate; vi si appoggiavano le bisce acquatiche, e i granchi neri ne afferravano gli steli. C’erano splendide palme, platani e querce, piantine di prezzemolo e di timo fiorito; ogni albero e ogni fiore aveva il suo nome e ognuno rappresentava una vita umana, una persona ancora in vita, in Cina, in Groenlandia, in tutto il mondo. C’erano grandi piante in vasi molto piccoli, che soffocavano e sembrava che stessero per spezzare il vaso, c’erano anche da molte parti piccoli fiori insignificanti piantati nella terra, circondati dal muschio, ben custoditi e curati. La madre afflitta si chinava sulle piante più piccole e ascoltava il loro cuore che batteva, e tra milioni di cuori riconobbe quello del suo bambino.
«È questo!» gridò, e tese la mano verso un piccolo croco azzurro, debolmente piegato da un lato.
«Non toccare il fiore!» gridò la vecchia «mettiti qui e quando la morte arriverà, e sarà qui tra poco, impediscile di strappare la pianta minacciando di strappare tutti gli altri fiori. Avrà paura, perché ne risponde davanti al Signore, e nessuno può sradicarli senza il suo permesso.»
Improvvisamente soffiò un’aria gelida per il salone e la madre cieca capì che la morte stava arrivando.
«Come hai fatto a arrivare fin qui?» le chiese «come hai potuto arrivare prima di me?»
«Sono una madre!» rispose lei.
E la morte tese la sua lunga mano verso quel fiorellino delicato, ma lei vi tenne sopra le mani sfiorandolo quasi e temendo di toccare uno solo dei suoi petali. Allora la morte soffiò su quelle mani, e lei sentì che era ben più fredda del vento gelato, e le sue mani ricaddero inerti.
«Tu non puoi nulla contro di me!» disse la morte.
«Ma lo può il Signore!» rispose la madre.
«Io faccio ciò che Lui vuole!» replicò la morte. «Io sono il suo giardiniere! Colgo tutte le sue piante e i suoi fiori e li ripianto nel grande giardino del paradiso, in una terra sconosciuta, ma non oso raccontarti come vi crescano e come sia il luogo.»
«Rendimi mio figlio!» supplicò la madre piangendo, e improvvisamente afferrò due bei fiori che si trovavano lì vicino e gridò alla morte: «Strapperò tutti i tuoi fiori! Sono disperata!».
Non toccarli!» disse la morte. «Dici di essere infelice e ora vuoi rendere un’altra madre altrettanto infelice?»
«Un’altra madre?» chiese la povera donna, lasciando immediatamente i due fiori.
Ecco i tuoi occhi, li ho ripescati dal lago» disse la morte «splendevano lucentissimi, ma non sapevo che fossero tuoi. Riprendili, ora vedrai meglio di prima; guarda nel pozzo profondo qui vicino: io chiamerò per nome i due fiori che tu volevi strappare, così potrai vedere il loro futuro, la loro vita di uomini; guarda quello che volevi turbare e distruggere!»
La madre guardò nel pozzo; era una gioia osservare come uno dei fiori diventasse una benedizione per il mondo, e quanta gioia e felicità si spandesse intorno a lui. Poi guardò la vita dell’altro fiore, e era solo dolore e miseria, orrore e infelicità.
«Entrambi sono volontà di Dio!» commentò la morte.
«Quali dei due fiori è quello dell’infelicità e quale quello della benedizione?» chiese la madre.
«Non te lo dico» rispose la morte «ma sappi che uno dei due fiori è quello di tuo figlio; hai visto il destino di tuo figlio, il suo futuro!»
La madre gridò di terrore: «Quale dei due era mio figlio? Dimmelo! Salva l’innocente! Salva mio figlio da tutta quella miseria! Portalo via, piuttosto! Portalo nel regno di Dio! Dimentica le mie lacrime, dimentica le mie preghiere e tutto quello che ho detto e fatto!».
«Non ti capisco!» disse la morte «vuoi riavere tuo figlio oppure devo portarlo nel paese che ti è sconosciuto?»
La madre si gettò in ginocchio e, torcendosi le mani, pregò il Signore: «Non ascoltarmi, se prego contro la tua volontà, che è la migliore! Non ascoltarmi! Non ascoltarmi!».
E piegò il capo in grembo.
La morte se ne andò col bambino in quel paese sconosciuto
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in questi giorni la tristezza sta iniziando a opprimermi… la scuola domani è finita…dopo sei anni di sceinze umane è dura andarsene..lasciare il Cobianchi…fino a pochi anni fa per me era una cosa impensabile e fortunatamente così lontana..ma ora è qui, è vicina..è domani..!!! è come quando ho cambiato casa…perchè in fondo il cobianchi è la mia casa…ho passato più tempo a ascuola e con i prof che non a casa con i miei genitori… almeno i prof sapevo che c’erano,sapevo quando li vedevo e sapevo che se andavo in crisi loro erano li pronti a sostenermi…al contrario dei miei genitori…
è dura dover dire “addio” a tutti e a tutto…e infondo devo anche lasciare una parte di me..devo lasciare la ragazza adolescente e trasformarmi in una giovane adulta…ke pauraaa!!!!!!!!!
non riesco neanche a immaginarmi fuori da scienze umane…un pesce fuor d’acqua..uffa.. ![]()
va bè..speriamo che anche questa volta riesco a cavarmela la fuori nel mondo..
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